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evoluzione e solitudine
evoluzione e solitudine
Negli ultimi cento secoli siamo passati dalle capanne di fango
ai grattacieli moderni, realizzati con tecniche raffinate e materiali
unici della nostra epoca, acciaio, putrelle, ecc. La differenza
fra le antiche e le moderne dimore è drammatica, al punto
da poter immaginare quale stupore, quale emozione "speciale",
sarebbe per un abitante di dieci mila anni fa catapultato nella
nostra era, passeggiare per una metropoli
..
Come può la società moderna differire dall'antico
gruppo tribale?
Cosa significa per il singolo individuo un gruppo così
numeroso di suoi simili?
La risposta: ESTRANEI!
Per vivere in modo naturale, è necessario, fra un mondo
di estranei, creare una piccola tribù personale e considerare
gli altri come "esseri diversi", appartenenti ad un'altra
specie animale. Arriviamo addirittura a fingere che non esistano.
Evitiamo i contatti visivi, eliminiamo qualunque saluto o scambio
sociale. Quando una persona entra in un ambiente denso di esseri
umani, ad esempio il vagone di una metropolitana nelle ore di
punta, e si comporta in modo "umano" dicendo: buongiorno!
Oppure: un saluto a tutti! La prima cosa che pensiamo è
che ci voglia chiedere denaro, se non chiede soldi, che sia pazzo.
E' così importante la battaglia contro la solitudine,
che siamo spaventati dalle persone sole, o che riteniamo tali.
E' come se temessimo il possibile contagio
.
Tanto abituati a trattare gli altri alla stregua di oggetti inanimati,
abbiamo occhi unicamente per chi conosciamo. Questo comportamento
consente di godere delle meraviglie della grande città,
mentre mentalmente creiamo una vita personale di tipo tribale.
In poche parole siamo antichi. Le persone più evolute emotivamente
dimostrano cordialità incondizionata, ma sono poche.
Le persone più evolute socialmente hanno sviluppato un
sistema di cortesie, del tutto impersonali, ed imitano l'amicizia
vera, da dedicare agli estranei. Questo sistema o galateo, o buone
maniere, ci consente di mescolarci a persone estranee con minor
attrito possibile.
Biologicamente siamo collaborativi, pacifici e dotati di autocontrollo.
Purtroppo gli individui spogliati della consapevolezza di potere
personale, per effetto di traumi vissuti, come ingiustizie familiari,
tutte le forme di violenza; spesso senza la possibilità
di rifarsi alla fonte di tutti i loro mali, ripiegano su vittime
più deboli. Diventano soggetti in cerca di possibili vittime,
per rifarsi. Per paura e codardia di affrontare anche solo il
ricordo del soggetto, artefice della violenza topica, cioè
subita in un luogo preciso dei nostri ricordi profondi (topos
= luogo).
Essi ripiegano abitualmente su vittime più deboli, sulle
quali possono scaricare la propria collera. La violenza, come
il sangue, scorrono sempre verso il basso. Le vittime più
comuni di questa aggressività deviata sono le donne, i
bambini e gli animali.
Chi picchia la moglie, violenta le donne, abusa dei bambini e
tortura gli animali, appartiene a questa categoria. Per molti
criminali il loro danno è avvenuto nell'infanzia. Per molte
persone apparentemente normali, danni di inferiore intensità,
producono effetti nella vita adulta. Le cronache dei giornali
e dei telegiornali negli ultimi anni, testimoniano come questa
devianza possa presentarsi accompagnata da ferocia ed efferatezza,
anche tra le mura domestiche, anche nei confronti di persone che
si dovrebbe amare. Mariti, mogli, padri, figli, amici, amanti
ed altri ruoli che credevamo "protetti", si dimostrano
a rischio. Esiste, come è naturale, una scansione, un gradiente
che identifica soggettivamente questa inclinazione. I comportamenti
rigidamente autoritari e non autorevoli dei genitori, talvolta
nascondono questa pericolosa inclinazione. Dietro la giustificazione:
"è per il suo bene" si può trovare una
maschera plasmata dalle proprie frustrazioni e dai fantasmi del
proprio passato. La consapevolezza può avviare una nuova
vita. Desidero riportare una poesia scritta da un papà
il quale ha avuto il coraggio di mettere in discussione il proprio
comportamento "W. Livingstone Larned"
FATHER FORGETS
Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina
sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte.
Mi sono introdotto nella tua camera da solo, pochi minuti fa.
Quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un'ondata di rimorso
mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi
avvicino al tuo letto.
E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato
mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di
lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché
non ti eri pulito le scarpe.
Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento:
A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto: hai fatto
cadere le cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato,
hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane
e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare
a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la
manina e hai gridato:
"Ciao, papino!" e io ho aggrottato le sopracciglia e
ho risposto: "Su dritto con la schiena!"
E tutto è ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché
quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare
alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti
agli amici, spedendoti a casa davanti a me.
Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti
con più cura.
Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto
dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell'offesa subita?
Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l'interruzione,
sei rimasto esitante sulla porta. "Che vuoi ?" ti ho
aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di
me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le
tue braccine mi hanno stretto con l'affetto che Dio ti ha messo
nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai.
Poi te ne sei andato sgambettando per le scale.
Bè, figlio, è stato subito dopo che mi è
scivolato di mano il giornale e mi ha preso un'angoscia terribile.
Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare;
è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino,
non un adulto ? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che
mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente
a misurarti col metro della mia età.
E c'era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere!
Il tuo piccolo cuore così grande come l'alba sulle colline.
Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio
della buonanotte.
Nient'altro per stanotte figliolo: Solo che son venuto qui vicino
al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.
E' una misera riparazione, lo so che non capiresti queste cose
se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per
te un vero papà: Ti sarò compagno, starò
male quando tu starai male e riderò quando tu riderai,
mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole
impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di
rito: "E' ancora un bambino, un ragazzino!"
Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece
come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino,
mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma,
con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo
..
E' una poesia che fa molto riflettere. Perché in molteplici
situazioni: con i colleghi, con i subalterni, con gli amici, con
i figli, con mariti, mogli, amanti, a diversi livelli intensivi,
facciamo tutto questo?
Nessuno è escluso, si tratta unicamente di un gradiente
intensivo. Come pensare alla qualità: dolce. Zuccherando
un caffè è possibile addolcirlo. Riempire la tazzina
di zucchero è quantomeno strano, stravagante, questo è
il vero eccesso, la patologia, il comportamento deviante. Ogni
persona quando zucchera il caffè lo addolcisce, il problema
è proprio quantitativo.
Dall'astratto, da una analogia al concreto: siamo fermi al semaforo
e una vettura alle nostre spalle aziona il dispositivo di segnalazione
acustica. Iniziamo ad inveire contro l'esecutore presunto della
"strombazzata" senza nemmeno pensare alle attenuanti
del caso. Non lo ha fatto apposta, è capitato inavvertitamente,
ha un passeggero a bordo che sta male ecc.
In quella frazione di secondo avevamo solo un obiettivo, sfogarci.
Nei confronti di chi? Non lo conosciamo.
Potrebbe essere un fantasma del nostro passato che si è
comportato in modo ingiusto con noi?
E' possibile che la protezione delle vetture favorisca fenomeni
regressivi?
perchè spesso è sufficiente vedere negli occhi il
proprio interlocutore, trovare il suo sguardo "dolce"
e non minaccioso, per calmare immediatamente l'animo e sedare
la rabbia?
Forse cercavamo gli occhi di qualcun altro per scaricare la nostra
aggressività? Sentivamo il bisogno di compensare un conto,
una umiliazione subita. Come un bancomat, se non si è versato
denaro in banca, non si può prelevare. In alcuni casi il
prelievo riguarda la comprensione, l'empatia, è difficile
dare quello che non si ha ricevuto.
Quante riflessioni, che fanno pensare. Nessuno è immune.
Qualche giorno fa, mi sono recato in un ufficio comunale per chiedere
un'informazione. Ho chiesto al funzionario di turno: posso chiederle
un'informazione?
La risposta fu agghiacciante, nel disprezzo totale del proprio
ruolo, ha negato di ascoltare la mia richiesta, farfugliando:
non posso mica ascoltare tutti, se ne vada, non intendo fare discriminazioni
proprio con lei
con un linguaggio diverso, adatto al
suo livello culturale.
Nessuna persona normale nega una informazione, riguardo una indicazione
stradale o altro. Ho ritenuto che quel funzionario fosse
in cerca di una vittima. Perché? Chi gli ha fatto così
male da avere bisogno di tale compensazione?
Sono certo che proprio in questo momento stai pensando: è
successo anche a me, sai quante volte!
In quell'occasione gli ho risposto a tono. Oppure, ho avuto compassione
di lui. Ancora, me ne sono andato indignato.
Quest'ultimo comportamento indica una ferita. Ha donato all'interlocutore
maleducato un grande potere, quello di condizionare il comportamento
e l'umore. Se una persona è maleducata, inadeguata, questo
non significa che lo siano altre. Facile esprimere il concetto,
la libertà da condizionamenti richiede maggiore forza interiore
e abilità in percorsi spirituali.
Sapete quando il funzionario mi ha risposto brutalmente, quale
impeto ho avuto? Quello di dirgliene quattro. Di identificarlo
per fare una segnalazione all'autorità competente. A dire,
non finisce qui. Lei non può trattarmi così impunemente.
Per fortuna ho riflettuto. Ho deciso di farmi scivolare addosso
l'ingiustizia. Poi mi sono recato nell'ufficio a fianco, ho trovato
un secondo funzionario, veramente molto cordiale, che mi ha fornito
tutte le informazioni di cui avevo bisogno.
Il vero problema è con noi stessi. Non siamo in realtà
liberi di comportarci come desideriamo e inseguiamo schemi di
comportamento che si sono "cristallizzati" nel corso
della vita. Ci siamo chiusi come un riccio per effetto della paura
e ripetiamo continuamente gli stessi errori. La libertà
inizia con la consapevolezza di tratti del carattere che non ci
piacciono e che vorremmo modificare.
Cosimo Aruta
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